In un mondo dove l'IA rende il coding una commodity, la high agency rimane il vero differenziale tra chi sogna e chi realizza.
È la mattina della Vigilia di Natale 2025 e sto lavorando. Il mio piano prevede di “svuotare” il mio cervello in un documento di strategia per il 2026, sfruttando il fatto di essere libero dai meeting.
Il mio piano viene interrotto da un servizio che ha iniziato a dare un errore strano e non posso ignorare. Il problema è che, essendo Engineering Manager di 3 team, non tocco direttamente i progetti anche se so a grandi linee cosa fanno. Ero a un passo dal disturbare l’engineer che solitamente se ne occupa, ma era in meritate ferie dopo un periodo intenso.
Ho deciso quindi di riprovare ad usare l’AI anche per progetti lavorativi. Fino a quel momento l’avevo usata con successo solo su progetti personali piccoli come questo sito, ma avevo sempre avuto problemi ad utilizzarla su monorepo e progetti grossi e professionali come quelli di Mollie.
Ho dato in pasto a Claude Opus 4.5 l’eccezione e il contesto del progetto, usando Copilot dalla CLI. In meno di 20 minuti:
- Claude aveva scritto la fix in pochissime righe di codice molto comprensibili;
- avevo capito meglio il progetto, la sua architettura software e perché quell’eccezione era arrivata;
- avevo aperto la PR aspettando che la pipeline di CI passasse
Poco dopo ho rilasciato, verificato che l’errore fosse svanito e passato un Natale sereno, ma con una consapevolezza nuova: l’IA è pronta anche per progetti professionali di grandi dimensioni.
Durante le vacanze ho letto molto a riguardo e capito che questo sentimento è comune. Verso la fine è nata in me una nuova domanda: se ora la produzione di codice di buona qualità è una commodity accessibile a tutti, cosa resta ai Software Engineer?
🎯 High Agency
Mentre ragionavo su questa consapevolezza, il mio cervello ha tirato fuori dal cassetto dei ricordi un saggio che avevo letto qualche mese fa: High Agency in 30 minutes di George Mack.
L’autore apre con una domanda provocatoria:
Ti svegli in una cella di prigione in un paese del terzo mondo. Puoi chiamare solo una persona che conosci per farti uscire. Chi chiami?
La persona che scegli ha qualcosa di speciale. Una scintilla. Quel “qualcosa” è la high agency.
Mack la definisce come la combinazione di tre abilità raramente trovate insieme:
- Pensiero chiaro: senza questo, ti lanci nel primo piano sbagliato che ti viene in mente
- Bias verso l’azione: senza questo, le tue idee non escono mai dalla teoria
- Disagreeability: senza questa, ti arrendi quando qualche autorità (il tuo capo o tua moglie) ti dice “No”
Ho ritrovato molti riferimenti alle mie letture di filosofia, una materia che sto recuperando recentemente, non avendo fatto il liceo. E mi sono reso conto che questi concetti non sono nuovi: i filosofi greci e romani li avevano già capiti duemila anni fa.
🏛️ Il Piano Platonico delle Idee
Platone parlava del mondo delle forme: un piano non-fisico dove esistono le idee perfette delle cose. La sedia ideale. La giustizia perfetta. La bellezza assoluta. Quello che tocchiamo nel mondo reale? Solo copie imperfette di quelle forme.
L’articolo dice che le idee sono “abbondanti” e persino “inutili” senza esecuzione. Questo rispecchia la visione platonica: finché un’idea non scende dal regno del pensiero all’azione, rimane astratta, sterile. Un’idea di startup, come l’idea di una sedia, non significa nulla finché non viene costruita.
⚡ Aristotele e l’Attualizzazione
Aristotele introduce il concetto di potenzialità (dynamis) vs attualità (energeia). Un blocco di marmo ha il potenziale di essere una statua. Ma diventa statua solo attraverso l’azione dello scultore.
Tradotto nel nostro mondo: puoi avere l’idea perfetta del prodotto nella tua testa, ma finché non inizi a costruirlo, hai solo marmo.
🔥 Seneca e l’Urgenza dell’Azione
Seneca era ossessionato dal divario tra concezione e azione. Per lui, la filosofia non era teorizzazione da poltrona, quanto uno strumento pratico per vivere. Scriveva:
“Non è che abbiamo poco tempo per vivere, è che ne sprechiamo molto.”
Mi è tremato lo smartphone in mano quando l’ho letto: sono colpevole, vostro onore.
L’articolo distingue tra “chi parla” e “chi fa”. Seneca direbbe che le idee senza esecuzione sprecano tempo e vita. Avrebbe approvato il principio della High Agency: dare priorità al movimento attraverso la resistenza, cioè scegliere l’esecuzione rispetto al comfort o alla perfezione.
🤖 L’IA Come Ponte tra i Due Mondi
Ecco dove l’IA cambia tutto.
Prima di Claude, di Cursor, di Copilot, trasformare un’idea in codice richiedeva:
- Anni di pratica
- Conoscenza profonda di linguaggi e framework
- Ore di debugging e Stack Overflow
- Una soglia di frustrazione altissima
Oggi? L’IA è diventata il ponte tra il piano delle idee e il mondo reale. È lo scalpello universale che permette a chiunque di trasformare potenziale in attuale.
Ma, e qui sta il punto, lo scalpello da solo non scolpisce nulla.
🚀 Il Vero Differenziale
Se tutti hanno accesso allo stesso scalpello magico, cosa separa chi crea da chi rimane a guardare?
La high agency.
High agency significa non aspettare il momento perfetto (spoiler: non esiste). Significa essere responsabili del risultato invece che in balìa delle circostanze. Significa che quando qualcuno ti dice “no”, quello è l’inizio della conversazione, non la fine.
L’IA ti dà lo scalpello. Ma sei tu che devi decidere di alzarti, prendere quel blocco di marmo e iniziare a scolpire.
💡 Conclusione: Non È Mai Solo Scrivere Codice
Mettendo insieme i pezzi:
- Platone spiega dove vivono le idee (nel piano astratto)
- Aristotele spiega come diventano reali (attraverso l’azione)
- Seneca intima di farlo ORA, o stai sprecando la tua vita
- L’IA abbatte l’ultima barriera tecnica
In un mondo dove scrivere codice è accessibile a tutti, bisogna concentrarsi su quello che porta un’idea ad essere eseguita. E quasi mai è solo scrivere codice.
Ecco perché credo che il futuro appartenga ai Product Engineer: persone che si occupano di una feature o di un prodotto a 360 gradi. Per loro il codice è solo uno degli strumenti nel cassetto. Parlano con gli utenti. Capiscono il business. Progettano l’esperienza. Misurano l’impatto. E sì, scrivono anche codice, anzi lo fanno scrivere all’IA.
È la visione. È la perseveranza. È la capacità di fare le domande giuste. È l’iterazione continua. È il coraggio di rilasciare qualcosa di imperfetto e migliorarlo.
Voglio condividere quindi un po’ di ottimismo su quello che ci aspetta come Software Engineer nell’era dell’IA: ora è il momento di sognare in grande, ma soprattutto di fare. Perché “fare” non è mai stato così facile.
Che poi rimanere ottimisti è la cosa più logica e pragmatica da fare, come dico nella mia storia.